12 giugno 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.2) : ANNI E MONDI SENZA FINE




Anni senza fine (1952, noto anche come City) è la più celebre epopea di Clifford Simak, costruita su una serie di racconti fusi insieme a mosaico che si presentano come leggende narrate in un mondo futuro, dove l'uomo è soltanto una figura mitologica. L'umanità, dopo aver abbandonato le città, è gradualmente scomparsa lasciando il posto a una razza di cani intelligenti che hanno riscritto la storia a modo loro, trasformandoci in leggenda. Conosciamo così le generazioni della famiglia Webster e il loro robot domestico immortale, Jenkins, che diviene il definitivo e ironico simbolo dell'umanità che è stata. Vediamo i paesaggi rurali, la natura che torna a predominare, la perfetta armonia tra la civiltà dei cani e il pianeta.
Ma dove se n'è andato l'uomo? Simak riprende da dove aveva lasciato in Oltre l'invisibile. Su Giove gli esseri umani si sono “convertiti” in una forma di vita totalmente diversa, fondendo la propria mente e raggiungendo una sorta di eden definitivo. Perché la razza umana è stanca e desidera soltanto dormire e sognare per sempre. Questa è l'idea più accattivante di Simak, decisamente in anticipo sui tempi e sui contenuti della cosiddetta fantascienza colta o della new-wave.
Ma vi sono altri aspetti importanti, come quello della fratellanza universale che si esprime in tutte le relazioni tra individui diversi e razze diverse. A volte problematica, a volte palese, è comunque un leit-motiv simakiano che sospinge le sue storie verso una direzione positiva, catartica. Secondo l'autore, tutto l'universo risponde al bisogno di armonia, mentre i problemi risiedono solamente nell'essere umano. Anni senza fine si può interpretare come una dura e ironica critica nei confronti della nostra civiltà, dipinta nel suo inevitabile collasso: il declino delle città prepara il terreno all'arrivo di una civiltà animale, quella canina appunto, molto più etica ed equilibrata.
Considerato uno dei manifesti della fantascienza moderna, il romanzo è un ottimo esempio di come il genere esca dai propri confini divenendo pura filosofia. La scrittura e la lettura tendono alla catarsi, andando oltre gli schemi e l'intreccio, sfruttando la semplice forma del mosaico di racconti.



L'anello intorno al Sole (1952) è forse il romanzo che più rappresenta Simak, a cui l'autore era maggiormente legato. Oltre a contenere molte idee originali, ognuna delle quali poteva costituire lo spunto per un intero romanzo a sé, il libro riassume in modo elegante la visione dell'autore.
Il mondo sta prendendo una strana piega: mentre nei negozi iniziano ad apparire degli oggetti di durata eterna, viene teorizzata l'esistenza di una serie di Terre parallele, “cristallizzate” nel tempo passato, prive di presenza umana, che hanno seguito ognuna un percorso evolutivo diverso. La nostra, invece, è corrosa da inquinamento e sovrappopolazione, così la promessa di un'infinità di paradisi disponibili da colonizzare suona alquanto bene... Ma ovviamente chi detiene il potere sull'umanità non è d'accordo, così Jay Vickers, il protagonista, si trova coinvolto in un complotto che sfiora il surreale, per arrivare alla fine a scoprire nuove e fondamentali verità.
Quello di Simak è un universo sempre coerente con se stesso, sebbene l'autore non abbia mai voluto realizzare un continuum o un multiverso al cui interno situare i vari romanzi. Di fatto si potrebbe comunque ritenere L'anello intorno al Sole un sequel di Oltre l'invisibile, nonché uno dei prequel di Anni senza fine. Nel cuore di questi romanzi e dell'ideale universo simakiano c'è la tesi sul destino riservato agli esseri umani: la fuga dell'umanità in un altrove. Spesso questo altrove è ubicato in un'altra zona del cosmo, sebbene non sia mai una mera questione di coordinate; in questo caso si tratta di una realtà parallela. Ed è sempre un mondo perfetto, un eden che permette all'uomo di elevarsi oltre i confini di un corpo ormai obsoleto e stanco: a tutti gli effetti abbracciare un nuovo stadio dell'esistenza. La rivelazione di questo destino genera inevitabilmente conflitti e caos nella società materialista.
Quello che ci narra Simak è un procedere di eventi predestinati: seguiamo la vicenda di Vickers solo come pretesto narrativo. Come fa notare Ugo Malaguti nella prefazione dell'edizione Elara, Vickers (e con lui il lettore) assiste agli eventi e vi riflette sopra, piuttosto che esserne parte attiva. Simak procede al suo meglio, la lettura è la catarsi da lui voluta per accedere a quella visione leggermente obliqua dove il suo pensiero vive e regna (così come farà, circa un decennio dopo, un altro grande scrittore di “visioni oblique”, James G. Ballard).
Lo scenario è tipicamente segnato dalla natura, la campagna e i boschi dove Vickers trascorre gran parte del suo tempo: paesaggi che per Simak sono pura rappresentazione della psiche. La sua fantascienza dista mille miglia dalle galassie e dalle navi spaziali: forse non è stato un romanziere perfetto – a tratti anche questo libro sembra un po' sbilanciato – ma ciò non toglie nulla alla bellezza ipnotica delle sue opere e alla densità di concetti e di speculazioni che ha saputo esprimere.


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